Onde Road

La bici c’è. È una mountain bike vecchiotta, pesante, un po’ ammaccata. Quando pedalo, scricchiola e cigola e fischia che sembra un treno a vapore. È piuttosto piccola per il mio metro e ottantasette di statura. A volte cambia rapporto da sola. Insomma, mi piace da matti. L’ho soprannominata Ugly Betty. Comunque due ruote ce l’ha, e pure due pedali: tanto mi basta, per ora. L’ho sfilata dal garage dei miei genitori (un modo elegante per dire che l’ho fregata a mio padre) circa un mese fa, quando ho cominciato ad allenarmi dopo che mi è venuta la malsana idea di farci un viaggetto, con tenda al seguito.

Anche il programma c’è. Ammesso che si possa definire “programma”: giù fino in Liguria, il primo giorno, e poi verso est, in direzione Toscana, seguendo la costa. Nessuna pianificazione, nessuna prenotazione, nessuna tabella di marcia, nessun vincolo, nessuna scadenza: saranno la stanchezza, la testa, l’istinto, le situazioni, gli incontri, le condizioni meteo, il caso a farmi decidere, di volta in volta, quando fermarmi e quando ripartire, fin dove arrivare e quando tornare. Farò base nei campeggi. Preparerò da me, con un fornelletto, almeno la colazione e la cena.
Ho scelto questo itinerario per due motivi.
Motivo numero uno: è il primo viaggio del genere che faccio in vita mia e non mi sembrava il caso di cominciare con la Patagonia.
Motivo numero due: volevo il mare. Perché il mare fa parte di me. E perché, così, sarei riuscito a intitolare questo post con quel gioco di parole da pirla, che mi frullava in testa fin dal principio.

Non c’è una preparazione atletica specifica: i chilometri che ho percorso nell’ultimo mese sono giusto serviti ad abituare le gambe a muoversi in tondo e a mettere un po’ di pace tra la sella assassina e il mio povero sedere.

E non c’è nemmeno un’esperienza specifica di campeggio: so montare la tenda e la so smontare; la so aprire e chiudere; tutto il resto è un enigma.

C’è il bagaglio. Tutto quel che mi servirà per ripararmi, vestirmi, mangiare, dormire e fare un minimo di manutenzione alla bici, più un libro, un block notes e qualche aggeggio elettronico, sta in due borse, agganciate al portapacchi, e in un borsello, agganciato al manubrio. (Per la precisione, la tenda viaggerà en plein air, fissata direttamente al portapacchi con una corda elastica, e il cibo e le bevande me li procurerò per strada.) Illuminante!
Mai come in questo caso è stato necessario selezionare gli oggetti indispensabili rispetto a quelli utili e a quelli superflui: ho caricato i primi e una parte dei secondi, ed ho rinunciato ai terzi. Straordinario esercizio di essenzialità. E non troppo complicato da mettere in pratica. È bastato un pensiero: anche la roba inutile pesa. Insomma: l’idea di scarrozzarmi una zavorra extra per tot chilometri, aggiungendo altra fatica a quella (abbondante) già prevista, non mi ha per nulla entusiasmato, ecco. E selezione fu. Per inciso, il giorno in cui riuscirò ad applicare questo stesso principio alla vita di tutti i giorni, ben più di quanto già non stia facendo, allora sì che potrò dire di essere incamminato sul mio percorso ideale.

Infine, e prima di tutto, c’è il senso: perché ogni viaggio, piccolo o grande che sia, ne ha uno. E questo senso, per adesso, non è necessario raccontarlo: piuttosto, è il momento di portarlo in giro e assaporarlo, misurarlo sulla realtà e magari arricchirlo di nuovi elementi. Il racconto, semmai, arriverà dopo.
Un obiettivo fondamentale, però, posso dichiararlo: voglio verificare sul campo se questo genere di esperienza, che mi ha sempre affascinato, sia davvero adatta a me. Nel caso non fosse così, amen: riaccompagnerò Ugly Betty nel garage dei miei, la ringrazierò per il servizio svolto (sempre che non mi abbia fatto dannare troppo durante il viaggio) e penserò a qualcos’altro da fare. Se invece l’esperienza avrà un seguito, mi cercherò un’Ugly Betty II davvero adatta alla scopo, perfezionerò il resto dell’attrezzatura necessaria, mi allenerò come si deve e penserò a un nuovo programma, magari più ambizioso.

Ok, quella che sto per cominciare non si può certo definire un’impresa: me ne rendo conto. Viaggerò in una zona civilizzata (fin troppo), né andrò tanto lontano da casa da non poter rientrare in giornata, salendo sul primo treno, se fosse necessario. Però…
Però sarò pur sempre là fuori, in giro, da solo. A muovermi con le mie forze, in contatto diretto con il percorso che ho scelto e con tutto ciò che lo popolerà. A tentare un’esperienza magari piccola, ma pur sempre sostanziale. Mica roba da tour operator.

[Continua qui.]


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