La Corsa, Il Topocane E La Lezione Di Vita

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Stamattina sul presto sono lì che sto correndo insieme a Milo, con il mio bel look da talebano dell’ANAS, quando passiamo davanti a una casa e becchiamo il feroce topocane di famiglia in libertà provvisoria: è appena fuori dal cortile dove trascorre, rinchiuso per ragioni di pubblica sicurezza, ventitre ore e cinquanta minuti al giorno.

Avete presente il genere, no? Cane a ingombro ridottissimo, con le zampe più corte delle orecchie, perennemente incarognito, che squittisce anziché abbaiare e, quando squittisce, rimbalza. Iep iep iep. Un topocane, appunto.

Milo trotterella tranquillo qualche metro davanti a me e si fa i cazzi suoi alla grande. Sta perfino sulla destra della carreggiata, dalla parte opposta rispetto alla casa, perché lui, pur essendo un cane da cross, è omologato anche per il transito su strada. Eppure, all’improvviso, il piccolo bastardo lo punta e attacca: fa un ringhietto che sembra il colpo di tosse di una checca e cerca di morderlo sul collo per tre volte. Milo, da gran signore (vabbé, signor cane) qual è, non reagisce e tira dritto. Secondo me, manco se n’è accorto: gli effetti del morso di un topocane su un cane vero (prego notare la sottile ironia di quest’ultima affermazione), cinque volte più grosso di lui, sono a malapena paragonabili al pizzicotto di un bimbo. Senza considerare che Milo, intorno al collo, ha una ciambella di pelo invernale che nemmerno una motosega riuscirebbe ad attraversare: figurarsi quella specie di pinzetta ambulante. Proprio lì nella ciambella, poi, vivono tre pulci, che Milo chiama le ragazze e che non vuole che gli levi, perché ci ha fatto amicizia: bene, controllo sùbito e il pizzicotto non le ha neppure svegliate. (È ancora presto, sapete.)

Ammetto che il mio istinto iniziale è quello di rifilare all’aggeggio peloso un bel calcio in culo e fargli provare l’ebbrezza del volo. Per quel che pesa, non avrei problemi a mandarlo ad atterrare in un’altra provincia. E non me ne vogliano gli animalisti. Soprattutto gli animalisti cattolici, che zittirei all’istante giocandomi senza ritegno la carta Pugno di Papa Francesco.

Comunque non arriva nessun calcio in culo. Intanto perché Milo mi dà il buon esempio: a lui interessa correre, mica perdere tempo con quella ciabatta, e non si ferma. E poi perché sento le endorfine in circolo, che mi fanno stare bene e mi ispirano ragionamenti alati.

Tipo questo.
“Finiti i suoi dieci minuti d’aria (e di ordinaria follia), il topocane tornerà, per ovvi motivi, agli arresti domiciliari. Invece Milo il Buono continuerà a correre libero e felice per un’altra ora. Dopodiché, certo, dovrà rientrare anche lui nel suo recinto: che, per la cronaca, è una graziosisssssima rete verde scuro sostenuta da pali in castagno che circonda un prato di trecento metri quadrati. Da lì uscirà altre due volte, in giornata: ai suoi pasti devono infatti seguire, per contratto, ampie e approfondite perlustrazioni in solitaria del bosco vicino a casa. Che durano sempre un po’ troppo, per i miei gusti: devo decidermi a parlarne con il sindacato. Oggi pomeriggio, poi, gli toccherà anche una scampagnata extra: la missione di supporto logistico e psicologico (leggi: andrà a far compagnia) a mio padre, che in questo periodo viene spesso a far legna qui intorno e non sia mai che lo lasci una volta tranquillo a riposare. Nota finale: attività più, attività meno, questa sarà la giornata tipo di Milo anche domani, dopodomani e neisecolideisecoliamen.”

Insomma, qual è la lezione di vita che la mia storiella vorrebbe suggerire? Eccola: non vale la pena di prendere a calci in culo gli stronzetti ringhianti che provano a mordere il tuo cane quando corri. E il tuo cane qui può rappresentare tante cose: la vita che ti sei costruito, il sogno in cui credi, l’impresa a cui ti stai preparando, una parte di te, una persona a cui tieni. O magari è proprio soltanto il tuo cane, che cavolo. Se poi addirittura quegli stronzetti neanche arrivano alla sua altezza e non riescono a fargli un graffio che sia uno, allora vadano pure a farsi fottere. Mentre tu riprendi a correre e vai avanti, loro rientrano nelle gabbie.

Il punto è che il calcio in culo glielo sta già dando la vita.

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I.

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Onde Road Story

[Continua da qui.]

Fino al momento della partenza, la Strada delle Onde era solo una linea, che univa un punto in Piemonte a un altro punto in Toscana, sulla mappa di Google. Una linea contorta in alcuni tratti, più distesa in altri. L’ho percorsa non so quante volte, in quei giorni: con lo sguardo, che scivolava sul monitor del computer e rimbalzava da qui a là, da là a qui; e con la mente, che spesso – troppo spesso – si ritrovava a planare su quel percorso ancora inconsistente e immaginava, valutava, progettava.

Poi, nelle due settimane successive, o poco meno, quella Strada è stata tutto il mio mondo. Che un giorno scorreva sotto le ruote della bici, spinto indietro a forza di gambe e di testa, mentre pedalavo per raggiungere il luogo dove avrei piazzato la tenda e mi sarei accampato. E il giorno dopo si fermava e si lasciava assaporare con calma, mentre la strada diventava spiaggia e mare e sentieri e pinete e viuzze di paese, ed io stavo disteso al sole, nuotavo, dormivo, pensavo, passeggiavo, leggevo, cercavo di capire dove fossi e chi fossi.
In quei giorni così scanditi ho percorso circa 550 chilometri, suddivisi in 5 tappe: da casa mia (in provincia di Cuneo) ad Albissola Superiore; da Albissola Superiore a Lavagna; da Lavagna a Marina di Massa; da Marina di Massa a Vada; da Vada a Castiglione della Pescaia. A queste vanno aggiunte due brevi tappe di trasferimento: da Castiglione della Pescaia a Grosseto, dove ho preso il primo dei 5 treni che mi avrebbero riportato a casa; e da Mondovì, dove mi ha scaricato l’ultimo di quei treni, a casa mia.

Il viaggio è durato 12 giorni. Non molti, non pochi. Sarebbe potuto durarne qualcuno in più se il maltempo, che fin lì mi aveva benevolmente risparmiato, non si fosse infine messo di mezzo, cominciando ad innaffiare il mio angolino di paradiso e convincendomi a prendere la via di casa.
12 giorni equivalgono a 288 ore. A 17.280 minuti. A 1.036.800 secondi. Esagero se affermo che, in media, ciascuno di quei secondi mi ha portato qualcosa? (Una suggestione, un pensiero, un’idea; un incontro; una sensazione; un’emozione; un evento più o meno piccolo, vissuto, visto o anche solo intravisto?) Forse sì. Ma non importa. Il punto è che raccontare tutto questo sarebbe impossibile, oltre che inutile e assai noioso. Occorre, ancora una volta, separare, selezionare, riassumere. Fino a condensare in pochi momenti significativi (per me) l’enorme contenuto di stimoli e situazioni che hanno riempito quel periodo. 12 giorni di viaggio – di questo viaggio – con il loro carico di momenti, speciali e ordinari, diventano così 8 brevi riflessioni emblematiche.

La partenza. “Ogni viaggio comincia con il primo passo”. O con la prima pedalata. Ci si stacca dal proprio mondo e si entra nel mondo nuovo che ci si costruirà di lì in poi, andando avanti. Inebriante.

Il mare. Il mare è il mare. Fa parte di me. Che altro aggiungere? Io credo nelle dichiarazioni d’amore semplici ed essenziali, senza fronzoli inutili che, comunque, non ne cambiano il senso.

La musica. Ho pedalato sempre ascoltando musica. A basso volume, per ovvie ragioni di sicurezza. La musica mi ha fatto compagnia, mi ha aiutato, mi ha esaltato. (D’altra parte, la musica fa proprio questo.) L’iPod era impostato in modalità brani casuali: e proprio alcuni di quei brani, capitati a caso in determinati contesti del viaggio, hanno creato accostamenti emozionanti e suggestivi. Tre su tutti: Crêuza de mä di Fabrizio De André proprio mentre oltrepassavo un’insenatura e il contorno vago di Genova mi si presentava davanti agli occhi, all’orizzonte; Great gig in the sky dei Pink Floyd mentre raggiungevo il punto più alto dell’intero percorso, il Passo del Bracco nella zona delle Cinque Terre, a più di 600 metri di quota, e mi buttavo nella discesa infilandomi in un cielo azzurro e limpido come ne ho visti pochi in vita mia; Un gran bel film di Vasco Rossi – che per la cronaca è una delle mie canzoni preferite in assoluto – mentre costeggiavo da vicinissimo, nella zona di Marina di Pisa, un mare in burrasca gonfio di onde e di vento e di sole, nel giorno più emozionante dell’intero viaggio.

Il rumore dei motori in galleria. Una delle esperienze più inquietanti e impressionanti, e utili al tempo stesso, di questo viaggio. Mi sono ritrovato diverse volte a percorrere lentamente quei tratti di penombra fredda e umida, senza altra protezione se non un casco di polistirolo, con giusto due lucine a led intermittenti e qualche striscia catarifrangente a segnalare la mia presenza. E sentivo sopraggiungere i ruggiti di queste belve meccaniche inferocite: automobili e, soprattutto, moto e camion. Rumori dapprima cupi e poi sempre più violenti e laceranti man mano che mi si avvicinavano, amplificati dallo spazio ristretto. Mentre mi sorpassavano, poi, lo spostamento d’aria, il fiato delle belve, mi colpiva alle spalle e mi faceva barcollare. Lì ho davvero capito quale fosse la misura della mia vulnerabilità su quella strada: ed è maturata in me, implacabile, la determinazione a fare tutto ciò che fosse possibile, in termini di precauzioni, attenzione e prudenza, per riportare a casa la pelle. In effetti, ho viaggiato sempre, nei tratti di strada più trafficati, con la “concentrazione di un disinnescatore”, per usare un’espressione piuttosto efficace di Enrico Brizzi.

31 agosto 2012: il Giorno Perfetto. Per il quale erano previste condizioni meteo poco meno che tragiche, riassumibili nell’espressione “un gran casino”. Che rischiava di essere un enorme casino, per chi avesse avuto l’incauta idea di mettersi a sgambettare in bicicletta. Pioggia, pioggia e ancora pioggia. E temperature in calo. E vaffanculo. Ho messo la sveglia prima dell’alba, con l’idea di anticipare il più possibile la partenza e magari risparmiarmi anche solo una piccola fetta di quell’apocalisse annunciata. Tempo di smontare la tenda, impacchettare il bagaglio e fare colazione, alle 7.30 lasciavo il campeggio di Marina di Massa, deciso ad affrontare a qualunque costo la giornata che mi aspettava, con quel suo carico di sberle meteorologiche pronte per me. Bene. Quella stessa sera avrei pubblicato il seguente post sulla mia pagina Facebook:

Oggi – 31 agosto – è stata la giornata più intensa, faticosa ed esaltante non solo del viaggio fatto fin qui ma probabilmente di tutta la mia vita! Questa foto l’ho scattata nel tardo pomeriggio al Boccale di Calafuria, durante la fortissima mareggiata che mi ha accompagnato per quasi tutti i 115 km del percorso da Marina di Massa a Vada, e rappresenta per me il simbolo di tutti quei momenti straordinari…

Insomma: di pioggia, quel giorno, non ne ho preso neanche una goccia. Mentre il diluvio si scatenava sul resto d’Italia, lungo il “mio” tratto di costa tirrenica un fortissimo vento di mare (Libeccio, suppongo) teneva lontane le nuvole, spingendole verso l’entroterra, deciso a prendersi tutta la scena per sé. E che scena! In quelle ore ho avuto l’opportunità e l’onore non solo di ammirare la natura in una sua strepitosa manifestazione di forza, ma anche – e lo dico con il massimo rispetto – di sfidarla: perché, in un modo o nell’altro, quel caos dovevo attraversarlo, se volevo raggiungere la mia meta. E io volevo raggiungere la mia meta.
Non ho mai visto un vento picchiare così forte: sul mare, che si ribellava contorcendosi e schiumando e impennandosi in onde alte quattro o cinque metri; sulla terra, a cui gli alberi e i cespugli e i fili d’erba, come pure le persone, sembravano aggrapparsi per resistere a quella furia e non essere sradicati; e su di me, che ci ho dovuto mettere tutta l’energia che avevo in corpo, e nell’anima, almeno fino alla penultima goccia, per attraversare quelle raffiche imbevute di salsedine pungente e raggiungere Vada, nella zona delle spiagge bianche di Rosignano Solvay, dove avevo previsto di arrivare. E dove sono arrivato – oh sì! – appena prima che facesse buio. L’ultima goccia di energia mi è poi servita per trovare un campeggio, montare la tenda alla luce esile della lampada frontale, fare una doccia e trascinarmi in un ristorante lì vicino per una strameritata e abbondante Cena del Guerriero. (Di mangiare una zuppa riscaldata in tenda, quella sera, proprio non se ne parlava!).
E non è tutto. Ci sono giorni gloriosi in cui non c’è limite al bello. Sono pochi, pochissimi: lo so bene. E tendono ad essere sopraffatti da quegli altri giorni in cui non c’è limite alla merda che ti piove addosso. Ad ogni modo, nel mio elenco personale dei giorni gloriosi, il 31 agosto 2012 doveva stare proprio nelle posizioni alte, perché gli era già anche toccato un prologo piuttosto prezioso, prima che lo svolgimento e l’epilogo raggiungessero l’apice appena raccontato. A Viareggio, dove ero transitato a metà mattina, la strada litoranea devia verso l’entroterra in corrispondenza del Parco Naturale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, e passa vicino a Pisa, per poi reimmettersi sulla costa. Una visita a Pisa non era prevista, per l’andata. Mi ci sarei dovuto fermare al ritorno (cosa che ho poi fatto), per incontrare un’amica che vive lì e visitare insieme a lei la città. Senonché, quando sono sfilato accanto a un cartello con su scritto Pisa – 2 km, non ho potuto, né voluto, resistere alla tentazione di andarci immediatamente. Insomma, non è da tutti i giorni un pensiero del tipo: “Ma sì: faccio un salto a vedere la Torre Pendente e poi proseguo verso sud.” Che è poi, secondo me, il genere di pensiero per cui vale la pena vivere. Dieci minuti dopo entravo in una splendida Piazza dei Miracoli inondata di sole (e di gente). E mezz’ora dopo ripartivo, in direzione di tutti quegli altri miracoli che mi attendevano lungo la strada.

La fatica. Non si può raccontare un’esperienza come questa senza almeno accennare al tema della fatica, che ne è l’elemento fondamentale. Ogni viaggio passa attraverso una qualche forma di fatica, più o meno intensa, a livello fisico e mentale. E io posso dire di averne fatta parecchia, in questo viaggio, e di averla vissuta in una maniera completamente nuova. Quella stessa fatica che mi spingeva avanti è stata anche un potentissimo filtro tra me e il mondo che percorrevo. Lorenzo Cherubini (Jovanotti) ha espresso molto bene questo concetto nel suo libro, che poi è un diario di viaggio, Il grande boh!: “La fatica diventa l’elemento di amalgama delle esperienze vissute e lascia passare solo ciò che deve passare, eliminando il superfluo.” Confermo. La prospettiva della fatica seleziona le cose essenziali e le esalta, dando loro un senso più autentico, rivelandone l’energia e sintonizzandola sulle frequenze del viaggiatore che le incontra.
Non solo. Quando si percepisce in maniera così diretta e inequivocabile lo sforzo compiuto per raggiungere il proprio obiettivo, si tende ad attribuire all’obiettivo il valore che merita. Questo può essere un vero e proprio esercizio per imparare, o ri-imparare, a dare un giusto senso alle cose. Inoltre, portare, o ri-portare, un atteggiamento del genere nella propria vita di tutti i giorni regala risultati addirittura sorprendenti. Almeno, è quel che sta succedendo a me.

L’arrivo. Il momento in cui ho raggiunto Castiglione della Pescaia, la destinazione del viaggio, è stato ambiguo, come spesso accade quando si raggiunge un obiettivo importante, a cui si è dedicato tempo ed energie. Mi sentivo pieno di gioia, di soddisfazione, di orgoglio. Stanco e felice. E, al tempo stesso, assediato da una malinconia sottile: una sensazione straniante, in quel contesto di trionfo, eppure inevitabile, perché alimentata dalla consapevolezza che la parte più significativa del viaggio era finita.

Il ritorno a casa. Dove il viaggio è finito davvero. Arrivando, di nuovo in bici, dalla stazione ferroviaria di Mondovì, sono passato a salutare i miei genitori e poi un amico, che a questa mia piccola avventura si è interessato in maniera particolare. A quel punto mi sono arrampicato sulla salita che porta a casa mia. L’ultima salita.
Poco dopo ho ritrovato Milo, che ha abbaiato il suo saluto festoso e mi è saltato addosso appena ho aperto il cancello. Ho pensato che il viaggio non si sarebbe potuto concludere in modo migliore.

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Savona

l’accampamento (campeggio di Albissola Superiore)

Genova

Camogli (con profilo di brutto ceffo)

Camogli

Rapallo

Passo del Bracco (zona delle Cinque Terre)

Viareggio

Pisa

Marina di Pisa (con mareggiata)

Livorno

autoritratto

Boccale di Calafuria (con mareggiata)

Rosignano Solvay – Spiagge Bianche

Castiglione della Pescaia – la meta

il ritorno a casa (con Milo)


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