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Onde Road 2014 – Racconto semiserio del mio viaggio in bici nel Nord della Sardegna

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    Eccomi qua!
    Dopo due anni di pausa, riprendo il blog da dove lo avevo lasciato. O quasi. Allora raccontavo del mio viaggio in bici dal Piemonte alla Toscana; oggi racconto di quello nel Nord della Sardegna.
    E in mezzo cos’è successo? Mah. Ho visto gente, ho fatto cose.

    PRESENTAZIONI
    Questa è Dujour, la mia compagna di viaggio.
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     È una mountain bike tedesca, grintosa e affidabile, che per l’occasione ho riadattato all’asfalto: con addosso due gommine lisce (e piuttosto sexy) al posto delle gommazze da sterrato, più qualche borsa e un po’ di aggeggi, si è trasformata in una viaggiatrice perfetta.
    Nella vita di tutti i giorni, invece, appare così:
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    O così, dopo che mi ha accompagnato nelle mie scorribande nei boschi:
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    Dujour sostituisce da circa un anno e mezzo la mitica Ugly Betty.
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    Con Betty c’è stata una separazione consensuale: io avevo bisogno di qualcosa in più per le mie crescenti esigenze di ciclista; lei aveva bisogno di non essere strapazzata troppo dalle mie crescenti esigenze di ciclista. Così, dopo la gloria di quel nostro viaggio insieme, è tornata nel garage dei miei, dove si è ritirata a vita privata. Come Mina. Ci vogliamo ancora bene e ce ne vorremo sempre.
    Ora, però, è cominciata l’era di Dujour.
    Il nome viene da un personaggio del film The Matrix che mi ha sempre colpito:
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    (Giusto per essere chiari, nell’immagine Dujour è la ragazza in primo piano.)
    [Guarda la scena]
    Hanno in comune un’aura dark e quel particolare tipo di fascino misterioso che ne scaturisce. È una questione di nero ben portato, suppongo.
    La mia Dujour ha tutto ciò che una compagna – non solo di viaggio – dovrebbe avere: è affascinante, forte, avventurosa; non ha problemi a sporcarsi, quando serve; e ha due gran belle ruote.

    KMS
    La prima cosa da dire sulla Sardegna, specialmente se la si visita in bici o a piedi, è che da quelle parti le distanze non si misurano in chilometri, bensì in chilometri sardi. E il chilometro sardo è pieno di salite. Sempre e ovunque. Vuoi andare da lì a là? Puoi star certo che tra lì e là, prima o poi, la strada sale. E magari sale parecchio. E magari sale più volte.
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    INFO
    Il viaggio vero e proprio è iniziato il 29 agosto a Porto Torres, nel nord-ovest, dove sono arrivato in traghetto da Genova, e si è concluso l’11 settembre a Olbia, nel nord-est, dove mi sono imbarcato per tornare a Genova. Ho percorso [guarda su Google Maps] il Golfo dell’Asinara fino alla Gallura, passando per Santa Teresa Gallura, Palau, l’isola La Maddalena, la Costa Smeralda, Golfo Aranci e arrivando fino a Capo Coda Cavallo. Ho fatto base in quattro campeggi, da dove mi muovevo per raggiungere le varie spiagge, e ho percorso in totale 605 chilometri (sardi), coprendo un tratto di costa lungo circa 230 chilometri.
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    COMMOZIONE
    Da casa fino al porto di Genova, all’andata, e dal porto di Genova fino a casa, al ritorno, mi ha accompagnato mio padre in macchina. Lui guidava, Dujour stava comodamente sdraiata dietro e io, per farle spazio, mi sono dovuto appallottolare sul sedile anteriore, che era tutto spostato in avanti e quasi toccava il cruscotto. A ogni frenata, sbattevo la testa contro il parabrezza e mi davo una ginocchiata nei denti. Poco prima di Savona e della commozione cerebrale, ho indossato il casco da bici e ho sputato un incisivo. (O forse la commozione cerebrale era già arrivata e questa storia del casco e dell’incisivo è stata solo un’allucinazione.)
    Comunque sia, racconto tutto ciò perché è qui che ho ricevuto il primo insegnamento del viaggio: non c’è piacere senza sofferenza e non c’è sofferenza senza piacere. E anche il secondo: còmprati un portabici, pirla.
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    LA GRANDE BELLEZZA
    L’idea iniziale su cui pensavo di basare il viaggio era molto semplice: da nord a sud, mare sempre a sinistra, un giorno in bici e uno in spiaggia. Nel giorno in bici, avrei percorso un centinaio di chilometri (sardi). Villasimius, giù in fondo, era nel mirino: dovevo solo fiondarmi fin là lungo la strada costiera. Poi sarei ritornato a Olbia in treno. Chi più ne ha più ne metta. Avanti tutta. Chi si ferma è perduto.
    Già dai primi minuti in cui ho cominciato a pedalare, però, ho visto la Grande Bellezza che mi circondava. Mare, spiagge, fondali, luce, atmosfera. E ho o capito che, così come avevo intenzione di impostarlo, il viaggio non sarebbe stato altro che un’invasione barbarica. Che senso aveva, per me che adoro il mare, lanciarmi in tirate di cento chilometri (sardi) e sfiorare le meraviglie che trovavo lungo la strada, anziché infilarmici dentro?
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    A questo punto all’uomo non resta che il destino del “viandante”, il quale, a differenza del “viaggiatore” che percorre la via per arrivare a una meta, aderisce di volta in volta ai paesaggi che incontra andando per via […]
    [Umberto Galimberti, La Repubblica del 12/09/2006]

    Così, il terzo giorno, sono resuscitato ho cambiato approccio. Ho scalato marcia. Ho aderito al paesaggio, come dice Galimberti. Da viaggiatore, che fissa la sua meta per raggiungerla, sono diventato viandante, che ha per unica meta il passo che sta compiendo. (Urca. E questa come mi è venuta?!) Sceglievo la zona da visitare, mi piazzavo in un campeggio e lì facevo base per un po’ di giorni. Quanti ne bastavano. E me ne andavo di spiaggia in spiaggia con la bici, ora alleggerita del peso di borse e tenda.
    Non più avanti tutta, ma avanti e indietro. Non più mare sempre a sinistra, ma anche a destra e tutto intorno. Fatica ammorbidita dall’agilità. Overdose perenne di estasi (senza la c).
    E quando l’estasi che c’era da raccogliere era stata raccolta, spostavo la mia base nella zona vicina.
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    Ho calcolato che, per completare il giro della Sardegna con questi ritmi, mi ci vorranno almeno altri tre viaggi, se non quattro. E poi c’è la Corsica. E poi c’è la Sicilia. Sono a posto per un decennio.

    FORSE LAPO
    Per dodici giorni ho visitato due spiagge al giorno. Raggiungevo la prima spiaggia verso metà mattina. Facevo una luuuuunga nuotata. Mi asciugavo al sole. Mangiavo qualcosa in un chiosco, se ce n’era uno. Poi puntavo verso la seconda spiaggia, dove il rituale si ripeteva.
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    In certi giorni, di spiagge ne ho visitate addirittura tre: nella terza, però, riuscivo giusto a fare un bagno veloce, perchè dovevo rimettermi subito in bici e tornare al campeggio prima che facesse buio.
    Per dire: nei quattro giorni in cui ho scorrazzato su e giù per la Costa Smeralda, sono stato in tutte e otto le spiagge segnalate sul depliant che mi faceva da guida. E un paio di quelle spiagge sono considerate tra le più belle al mondo. Chi può aver fatto altrettanto? Forse Lapo. (Certo, non in bici.)

    INTERFERENZE #1 / GIANFRI
    Spiaggia di Razza di Juncu, mattino. Conversazione tra due amici a poca distanza da me. Questo tale Gianfri arriva in spiaggia, mentre l’amico è già lì da un po’.
    “Come va, Gianfri? Una merda?”
    Glielo suggerisce proprio, capite? E mica in tono scherzoso. Lo inchioda senza pietà alle sue disgrazie.
    “Sì: una merda.”
    KO tecnico al primo round.
    “L’hai ancora vista?”
    Oddio. Comincio a capire di cosa si tratta.
    “Sì: ieri. Dice che ha bisogno di una pausa e che…”
    No no no: non lascerò che questa lagna rovini le magiche vibrazioni che sento adesso, in questo sublime spicchio di universo. Metto su le cuffie dell’iPod, alzo il volume a palla e Ben Harper mi porta in salvo.

    PENSIONATE BRESCIANE
    Altro che Lonely Planet o Guida alle spiagge: la dritta vincente – quella che ti fa svoltare, che ti cambia il viaggio e forse anche un po’ la vita, chissà – me l’ha data una pensionata bresciana, cintura nera di vacanze in Sardegna (“Vengo qui da trent’anni”). Stavamo lavando i piatti della cena nei bagni del campeggio. (Per la precisione, io stavo lavando il piatto della cena, che poi è una gavetta di alluminio.)
    “Vai a Cala Moresca, vicino a Golfo Aranci: è una spiaggia molto bella, appartata e tranquilla. Ci arrivi per una strada sterrata che costeggia la vecchia ferrovia.”
    Per come la vedo io, i consigli come questo vanno accettati a prescindere. Anche a rischio di finire in una discarica. Ti sembra quasi di sentirlo, in quei momenti, il fruscio del destino che ti affianca e comincia a sospingerti fuori dalla traiettoria prestabilita.
    Il mattino del giorno dopo ero là.
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    IL PARADISO
    A Cala Moresca ho fatto quella che considero la più bella nuotata della mia vita.
    Tanto per cominciare, proprio quel giorno ha preso servizio un paio di occhialini nuovi, che hanno sostituito i vecchi, gloriosi e rigatissimi Arena.
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    Quando sono entrato in acqua, la nitidezza della visuale attraverso le lenti immacolate mi sembrava quasi irreale.
    Ho costeggiato la piccola scogliera che, a un’estremità della spiaggia, si sporge in mare, verso l’isola di Figarolo lì di fronte. (E se questo non fosse un momento epico del racconto, credo proprio che farei della facile ironia sul nome dell’isola.) Rocce che scivolano nell’acqua cristallina e, qualche decina di metri più in là, cedono il passo a un fondale di sabbia chiara. Tantissimi pesci. Luce intensa e affilata. Ho nuotato lentamente, sospeso in quel mare così limpido da sembrare aria: e infatti avevo proprio la sensazione di volare. Sono arrivato a una caletta incassata tra le rocce, a cui non si può accedere da terra. Era deserta: la sagoma che, poco prima, la stava occupando si era già avviata a nuoto verso una delle imbarcazioni ancorate al largo. Mi sono sdraiato nell’acqua bassa, con lo sguardo puntato in su, nel cielo azzurro. Poi ricordo di essermi incantato a fissare lo spettacolo delle onde che facevano le loro placide capriole sulla sabbia. E ho raccolto una piccola pietra rossiccia come souvenir: è qui davanti a me, adesso, mentre scrivo.
    Infine è successa questa cosa fantastica: che pur non avendo con me, per ovvi motivi, la fotocamera, sono riuscito a procurarmi comunque un’immagine ricordo di quel momento e di quel luogo memorabili. Ho messo la mia proverbiale faccia da culo in modalità on, ho raggiunto a nuoto un gommone che stava alla fonda nei dintorni e ho chiesto agli occupanti se qualcuno di loro poteva farmi una foto con lo smartphone e inviarmela via email…
    Et voilà:
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    Ringrazio ancora la gentilissima Sonia Monique per la disponibilità!

    IL CIMITERO
    Da Cala Moresca, mi volevo spostare a Cala Greca, la spiaggia del pomeriggio di quel giorno glorioso. Ci si arriva camminando per quindici minuti su un sentiero che attraversa il nulla. In mezzo a quel nulla c’è un cimitero.
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    Lo chiamano Cimitero degli Inglesi e custodisce tredici tombe. Sono tutte anonime tranne una, sormontata da una croce celtica con un’iscrizione, che appartiene a un marinaio inglese morto di malaria nel 1900. Per questo la gente del posto ha sempre creduto che nel cimitero fossero sepolti soltanto inglesi. In realtà, le altre tombe sono di marinai italiani, morti nei secoli scorsi in diversi naufragi.
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    Non c’è parola né immagine che possa dare un’idea dell’atmosfera che avvolge questo luogo.

    L’ABISSO
    Cala Greca è una piccola insenatura rocciosa dall’aspetto selvaggio, piuttosto scomoda da raggiungere e, per questo, quasi spopolata. Ambiente magico, mare limpido, fondale mozzafiato: il solito, insomma.
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    È qui che, per la prima volta in vita mia, mi sono trovato faccia a faccia con l’abisso. Lo so che suona melodrammatico, ma è così. Sono sceso in acqua e ho nuotato costeggiando gli scogli, fino a doppiare un piccolo promontorio: mi sono infilato nello spazio tra due rocce semisommerse e sono sbucato in una specie di conca molto profonda, ritrovandomi sospeso sopra trenta metri d’acqua. (Forse erano solo venticinque, ma dire trenta fa più impressione.) E il fondale, che non avevo mai visto da così in alto, scendeva ripido fino a perdersi in un blu scurissimo. Non dico di avere avuto paura, ma un po’ di inquietudine sì. Era una di quelle situazioni in cui bisogna solo sperare che vada tutto bene. Perché nel remoto, remotissimo caso in cui qualcosa dovesse andare storto…
    Tipo: e se all’improvviso non sai più come si fa a stare a galla? Metti che vai a sbattere contro uno di quei pesci che danno la scossa, il cervello ti va in corto circuito – bzzzzz – e ti ritrovi con padelle di ghisa al posto di braccia e gambe…
    Oppure: l’esperienza mistico-naturalistica che hai vissuto al mattino nell’altra spiaggia ha completamente sballato la tua percezione dello spazio-tempo, per cui il paninazzo che sei convinto di aver sbranato un’ora e mezzo prima, all’ombra di un cedro, in realtà hai finito di masticarlo mentre stavi entrando in acqua e adesso quel kamikaze infarcito di maionese e ketchup sta per farsi esplodere nel tuo stomaco…
    Oppure…
    Insomma, vabbé, mi scoccia dirlo, ma faccia a faccia con l’abisso ci sono rimasto giusto un paio di minuti. (Forse era uno soltanto, ma dire due fa meno cacasotto.) Mi sono ri-infilato nello spazio tra le due rocce semisommerse, ho ri-costeggiato gli scogli in direzione della caletta e lì, dove l’acqua aveva una profondità molto più rassicurante, ho sguazzato beato per un’altra mezz’ora.

    DOLLARINI
    Ah, Porto Cervo!
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    Se c’è una cosa nella vita che proprio non ha il potere di stupirmi, questa è l’ostentazione della ricchezza… Ma come non stupirsi di fronte ai coriandoli fatti a dollarino?
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O ai monili principeschi che sembrano fluttuare nelle vetrine, sospesi tra i riflessi degli yacht?
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O all’intero centro paese trasformato in lussuosissimo centro commerciale?
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    Oh: questo posto è tutto così! Per dire, lì non esiste una panetteria. Ma dove cazzo lo comprano il pane, i ricchi? In gioielleria? O magari lo fanno arrivare in elicottero da Montecarlo?
    Per non essere solo panza e presenza, ho voluto fare ancora un ultimo, eclatante gesto di satira sociale. Con espressione di sfida, ho sventolato la mia bandana bianca in faccia a quel mondo, proprio nel luogo in cui, dieci anni prima, l’uomo che di quel mondo è il simbolo sfoggiava la sua. O meglio: nel luogo in cui credevo che, dieci anni prima, l’uomo che di quel mondo è il simbolo avesse sfoggiato la sua.
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    Perché solo adesso scopro che, in realtà, la Mitica Bandana si è materializzata a Porto Rotondo e non a Porto Cervo, come pensavo. E dire che a Porto Rotondo ci sono pure stato.
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    Maledetta disinformazione.

    INTERFERENZE #2 – BUTTATEVI
    Un giorno ero completamente solo in questa baia di Capo Ceraso:
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    Non mi era mai successo di essere padrone di una spiaggia. Lo sciabordio lieve della risacca era l’unico suono che si udisse in un silenzio altrimenti perfetto.
    Finché non sono arrivati loro: i quattro attempati rompicoglioni.
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    Due uomini e due donne, del genere alpinista pensionato al mare, che in spiaggia manco si leva le scarpe e preferisce esplorare la zona circostante, arrampicandosi su qualunque cosa si innalzi al di sopra del livello della sabbia, fosse anche un secchio rovesciato. Per la mezz’ora in cui hanno infestato quella baia e la mia vita, non hanno mai smesso di parlare a voce alta tra loro. E in un luogo silenziosissimo, una voce alta diventa una voce altissima. Li sentivo baccagliare anche quando non erano in vista. Scomparivano nella boscaglia come cinghiali e ricomparivano un po’ più in là, poi un po’ più in qua, poi un po’ più su. Eccoli nel sentiero tra i cespugli dietro di me. “L’ho pagata sedici euro e cinquanta in quel negozio di…” Eccoli sulla cresta della collinetta. “Ho saputo che la figlia della Giovanna si è…” Eccoli in punta alla scogliera. “Facciamo una foto tutti insieme, poi…”.
    Poi buttatevi.

    COTTO E MANGIATO
    Con il mio fornelletto a gas, mi sono preparato la colazione ogni giorno e, una sera sì e una no, anche la cena. Le altre sere mangiavo in pizzeria o al ristorante.
    Per l’Ultima Cena, che si è svolta davanti alla tenda, mi sono regalato un menu speciale: cibi e prodotti tipici sardi, che ho preso in una gastronomia mentre tornavo dalla spiaggia.
    Siete pronti per un veloce tour gastronomico? (Non fate caso al disordine nella zona mensa.)
    La colazione:
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    La seconda colazione (facoltativa) al bar:
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    La cena standard:
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    L’Ultima Cena, a base di birra sarda Ichnusa, acqua del rubinetto sarda, salumi tipici, zuppa gallurese, pecorino sardo e casadinas di ricotta dolce:
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    Ma chi m’ammazza a me?

    INTERFERENZE #3 – PANORAMA ALTERNATIVO
    Oltre che in tanti panorami meravigliosi, mi sono imbattuto anche in quest’altro tipo di panorama, a bordo strada:
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    E molto più spesso di quanto avessi immaginato.
    Tutto il mondo è paese, del resto.

    PRATICAMENTE
    Quasi dimenticavo: sono praticamente stato su uno yacht.
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    FAVOLE E LOGICHE
    Indosso sempre questo collier quando viaggio da solo:
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    Nella capsula impermeabile ci sono un paio di pastiglie di cortisone, perché sono allergico alle punture di vespe & compagnia ronzante. Su una delle due piastrine sono incise un po’ di informazioni utili, in caso di – tié! – emergenza. L’altra piastrina, invece, serve per ricordarmi sempre chi sono.
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    INCONTRI
    Quando sono arrivato al campeggio di Porto San Paolo, davanti alla reception c’erano due bici cariche di borse. Questi fanno sul serio, ho pensato. Pensavo giusto.
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    Le bici erano di Bruce e Tass, viaggiatori ed esploratori statunitensi, marito e moglie da trentacinque anni. Nei due giorni in cui siamo stati vicini di tenda, ho avuto il piacere di entrare un po’ nella loro vita straordinaria e di farmene raccontare qualche pezzo. Il giro del mondo in bici durato ventisei mesi. Gli innumerevoli viaggi, sempre in bici, negli Stati Uniti, in America Latina, in Africa, in India, in Nepal, in Indonesia, in Cina, fino a quest’ultimo sulle strade di Sardegna e Sicilia. E i viaggi che diventano storie; che diventano libri e documentari e presentazioni portate in giro nelle scuole degli Stati Uniti; che diventano (anche) il loro lavoro. Vivere per viaggiare, viaggiare per vivere. Si trova tutto nel loro sito internet.
    La sera prima che ripartissero, ho bevuto un paio di birre con Bruce nel bar del campeggio. Abbiamo parlato a lungo, di tante cose. A un certo punto gli ho chiesto se sentisse mai nostalgia di casa, durante i suoi viaggi. Lui ha sorriso e mi ha risposto di no, citando Santa Teresa D’Avola: “all the way to heaven is heaven”.
    Ovvero: la strada che porta al paradiso è essa stessa il paradiso.
    Ho poi scoperto che, in realtà, questa è una frase di Santa Caterina da Siena. Ma poco importa. Ciò che importa è la potenza del suo significato. Se in quel bar ci fosse stato un tatuatore con la sua macchinetta, lo avrei sùbito messo al lavoro sul mio avambraccio.
    All the way to heaven is heaven: un motto perfetto per il mio piccolo viaggio in bici, che ormai stava per concludersi, e per quest’altro grande viaggio, senza bici, che invece continua.

    FOTO VARIE (ED EVENTUALI)
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    TEOREMA DI MARABOTTO
    Siamo troppo piccoli per contenere la Grande Bellezza. E quando quella si riversa nella nostre vite, comincia poi subito a colare via da tutte le parti. Ne rimane un’esile traccia nella memoria, nel cuore e magari in una manciata di foto e in qualche riga come queste, che dovevano servire a fissarla per sempre e invece – già lo so – non sono bastate.

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    PS
    Un ringraziamento particolare al mio muso e amico fraterno Francesco, che mi ha ispirato e incoraggiato a scrivere il racconto di questo viaggio. Così mi sono deciso a rianimare il blog, da troppo tempo trascurato. E ho riscoperto quanto questo piccolo spazio sia importante, per me.


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Onde Road Story

[Continua da qui.]

Fino al momento della partenza, la Strada delle Onde era solo una linea, che univa un punto in Piemonte a un altro punto in Toscana, sulla mappa di Google. Una linea contorta in alcuni tratti, più distesa in altri. L’ho percorsa non so quante volte, in quei giorni: con lo sguardo, che scivolava sul monitor del computer e rimbalzava da qui a là, da là a qui; e con la mente, che spesso – troppo spesso – si ritrovava a planare su quel percorso ancora inconsistente e immaginava, valutava, progettava.

Poi, nelle due settimane successive, o poco meno, quella Strada è stata tutto il mio mondo. Che un giorno scorreva sotto le ruote della bici, spinto indietro a forza di gambe e di testa, mentre pedalavo per raggiungere il luogo dove avrei piazzato la tenda e mi sarei accampato. E il giorno dopo si fermava e si lasciava assaporare con calma, mentre la strada diventava spiaggia e mare e sentieri e pinete e viuzze di paese, ed io stavo disteso al sole, nuotavo, dormivo, pensavo, passeggiavo, leggevo, cercavo di capire dove fossi e chi fossi.
In quei giorni così scanditi ho percorso circa 550 chilometri, suddivisi in 5 tappe: da casa mia (in provincia di Cuneo) ad Albissola Superiore; da Albissola Superiore a Lavagna; da Lavagna a Marina di Massa; da Marina di Massa a Vada; da Vada a Castiglione della Pescaia. A queste vanno aggiunte due brevi tappe di trasferimento: da Castiglione della Pescaia a Grosseto, dove ho preso il primo dei 5 treni che mi avrebbero riportato a casa; e da Mondovì, dove mi ha scaricato l’ultimo di quei treni, a casa mia.

Il viaggio è durato 12 giorni. Non molti, non pochi. Sarebbe potuto durarne qualcuno in più se il maltempo, che fin lì mi aveva benevolmente risparmiato, non si fosse infine messo di mezzo, cominciando ad innaffiare il mio angolino di paradiso e convincendomi a prendere la via di casa.
12 giorni equivalgono a 288 ore. A 17.280 minuti. A 1.036.800 secondi. Esagero se affermo che, in media, ciascuno di quei secondi mi ha portato qualcosa? (Una suggestione, un pensiero, un’idea; un incontro; una sensazione; un’emozione; un evento più o meno piccolo, vissuto, visto o anche solo intravisto?) Forse sì. Ma non importa. Il punto è che raccontare tutto questo sarebbe impossibile, oltre che inutile e assai noioso. Occorre, ancora una volta, separare, selezionare, riassumere. Fino a condensare in pochi momenti significativi (per me) l’enorme contenuto di stimoli e situazioni che hanno riempito quel periodo. 12 giorni di viaggio – di questo viaggio – con il loro carico di momenti, speciali e ordinari, diventano così 8 brevi riflessioni emblematiche.

La partenza. “Ogni viaggio comincia con il primo passo”. O con la prima pedalata. Ci si stacca dal proprio mondo e si entra nel mondo nuovo che ci si costruirà di lì in poi, andando avanti. Inebriante.

Il mare. Il mare è il mare. Fa parte di me. Che altro aggiungere? Io credo nelle dichiarazioni d’amore semplici ed essenziali, senza fronzoli inutili che, comunque, non ne cambiano il senso.

La musica. Ho pedalato sempre ascoltando musica. A basso volume, per ovvie ragioni di sicurezza. La musica mi ha fatto compagnia, mi ha aiutato, mi ha esaltato. (D’altra parte, la musica fa proprio questo.) L’iPod era impostato in modalità brani casuali: e proprio alcuni di quei brani, capitati a caso in determinati contesti del viaggio, hanno creato accostamenti emozionanti e suggestivi. Tre su tutti: Crêuza de mä di Fabrizio De André proprio mentre oltrepassavo un’insenatura e il contorno vago di Genova mi si presentava davanti agli occhi, all’orizzonte; Great gig in the sky dei Pink Floyd mentre raggiungevo il punto più alto dell’intero percorso, il Passo del Bracco nella zona delle Cinque Terre, a più di 600 metri di quota, e mi buttavo nella discesa infilandomi in un cielo azzurro e limpido come ne ho visti pochi in vita mia; Un gran bel film di Vasco Rossi – che per la cronaca è una delle mie canzoni preferite in assoluto – mentre costeggiavo da vicinissimo, nella zona di Marina di Pisa, un mare in burrasca gonfio di onde e di vento e di sole, nel giorno più emozionante dell’intero viaggio.

Il rumore dei motori in galleria. Una delle esperienze più inquietanti e impressionanti, e utili al tempo stesso, di questo viaggio. Mi sono ritrovato diverse volte a percorrere lentamente quei tratti di penombra fredda e umida, senza altra protezione se non un casco di polistirolo, con giusto due lucine a led intermittenti e qualche striscia catarifrangente a segnalare la mia presenza. E sentivo sopraggiungere i ruggiti di queste belve meccaniche inferocite: automobili e, soprattutto, moto e camion. Rumori dapprima cupi e poi sempre più violenti e laceranti man mano che mi si avvicinavano, amplificati dallo spazio ristretto. Mentre mi sorpassavano, poi, lo spostamento d’aria, il fiato delle belve, mi colpiva alle spalle e mi faceva barcollare. Lì ho davvero capito quale fosse la misura della mia vulnerabilità su quella strada: ed è maturata in me, implacabile, la determinazione a fare tutto ciò che fosse possibile, in termini di precauzioni, attenzione e prudenza, per riportare a casa la pelle. In effetti, ho viaggiato sempre, nei tratti di strada più trafficati, con la “concentrazione di un disinnescatore”, per usare un’espressione piuttosto efficace di Enrico Brizzi.

31 agosto 2012: il Giorno Perfetto. Per il quale erano previste condizioni meteo poco meno che tragiche, riassumibili nell’espressione “un gran casino”. Che rischiava di essere un enorme casino, per chi avesse avuto l’incauta idea di mettersi a sgambettare in bicicletta. Pioggia, pioggia e ancora pioggia. E temperature in calo. E vaffanculo. Ho messo la sveglia prima dell’alba, con l’idea di anticipare il più possibile la partenza e magari risparmiarmi anche solo una piccola fetta di quell’apocalisse annunciata. Tempo di smontare la tenda, impacchettare il bagaglio e fare colazione, alle 7.30 lasciavo il campeggio di Marina di Massa, deciso ad affrontare a qualunque costo la giornata che mi aspettava, con quel suo carico di sberle meteorologiche pronte per me. Bene. Quella stessa sera avrei pubblicato il seguente post sulla mia pagina Facebook:

Oggi – 31 agosto – è stata la giornata più intensa, faticosa ed esaltante non solo del viaggio fatto fin qui ma probabilmente di tutta la mia vita! Questa foto l’ho scattata nel tardo pomeriggio al Boccale di Calafuria, durante la fortissima mareggiata che mi ha accompagnato per quasi tutti i 115 km del percorso da Marina di Massa a Vada, e rappresenta per me il simbolo di tutti quei momenti straordinari…

Insomma: di pioggia, quel giorno, non ne ho preso neanche una goccia. Mentre il diluvio si scatenava sul resto d’Italia, lungo il “mio” tratto di costa tirrenica un fortissimo vento di mare (Libeccio, suppongo) teneva lontane le nuvole, spingendole verso l’entroterra, deciso a prendersi tutta la scena per sé. E che scena! In quelle ore ho avuto l’opportunità e l’onore non solo di ammirare la natura in una sua strepitosa manifestazione di forza, ma anche – e lo dico con il massimo rispetto – di sfidarla: perché, in un modo o nell’altro, quel caos dovevo attraversarlo, se volevo raggiungere la mia meta. E io volevo raggiungere la mia meta.
Non ho mai visto un vento picchiare così forte: sul mare, che si ribellava contorcendosi e schiumando e impennandosi in onde alte quattro o cinque metri; sulla terra, a cui gli alberi e i cespugli e i fili d’erba, come pure le persone, sembravano aggrapparsi per resistere a quella furia e non essere sradicati; e su di me, che ci ho dovuto mettere tutta l’energia che avevo in corpo, e nell’anima, almeno fino alla penultima goccia, per attraversare quelle raffiche imbevute di salsedine pungente e raggiungere Vada, nella zona delle spiagge bianche di Rosignano Solvay, dove avevo previsto di arrivare. E dove sono arrivato – oh sì! – appena prima che facesse buio. L’ultima goccia di energia mi è poi servita per trovare un campeggio, montare la tenda alla luce esile della lampada frontale, fare una doccia e trascinarmi in un ristorante lì vicino per una strameritata e abbondante Cena del Guerriero. (Di mangiare una zuppa riscaldata in tenda, quella sera, proprio non se ne parlava!).
E non è tutto. Ci sono giorni gloriosi in cui non c’è limite al bello. Sono pochi, pochissimi: lo so bene. E tendono ad essere sopraffatti da quegli altri giorni in cui non c’è limite alla merda che ti piove addosso. Ad ogni modo, nel mio elenco personale dei giorni gloriosi, il 31 agosto 2012 doveva stare proprio nelle posizioni alte, perché gli era già anche toccato un prologo piuttosto prezioso, prima che lo svolgimento e l’epilogo raggiungessero l’apice appena raccontato. A Viareggio, dove ero transitato a metà mattina, la strada litoranea devia verso l’entroterra in corrispondenza del Parco Naturale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, e passa vicino a Pisa, per poi reimmettersi sulla costa. Una visita a Pisa non era prevista, per l’andata. Mi ci sarei dovuto fermare al ritorno (cosa che ho poi fatto), per incontrare un’amica che vive lì e visitare insieme a lei la città. Senonché, quando sono sfilato accanto a un cartello con su scritto Pisa – 2 km, non ho potuto, né voluto, resistere alla tentazione di andarci immediatamente. Insomma, non è da tutti i giorni un pensiero del tipo: “Ma sì: faccio un salto a vedere la Torre Pendente e poi proseguo verso sud.” Che è poi, secondo me, il genere di pensiero per cui vale la pena vivere. Dieci minuti dopo entravo in una splendida Piazza dei Miracoli inondata di sole (e di gente). E mezz’ora dopo ripartivo, in direzione di tutti quegli altri miracoli che mi attendevano lungo la strada.

La fatica. Non si può raccontare un’esperienza come questa senza almeno accennare al tema della fatica, che ne è l’elemento fondamentale. Ogni viaggio passa attraverso una qualche forma di fatica, più o meno intensa, a livello fisico e mentale. E io posso dire di averne fatta parecchia, in questo viaggio, e di averla vissuta in una maniera completamente nuova. Quella stessa fatica che mi spingeva avanti è stata anche un potentissimo filtro tra me e il mondo che percorrevo. Lorenzo Cherubini (Jovanotti) ha espresso molto bene questo concetto nel suo libro, che poi è un diario di viaggio, Il grande boh!: “La fatica diventa l’elemento di amalgama delle esperienze vissute e lascia passare solo ciò che deve passare, eliminando il superfluo.” Confermo. La prospettiva della fatica seleziona le cose essenziali e le esalta, dando loro un senso più autentico, rivelandone l’energia e sintonizzandola sulle frequenze del viaggiatore che le incontra.
Non solo. Quando si percepisce in maniera così diretta e inequivocabile lo sforzo compiuto per raggiungere il proprio obiettivo, si tende ad attribuire all’obiettivo il valore che merita. Questo può essere un vero e proprio esercizio per imparare, o ri-imparare, a dare un giusto senso alle cose. Inoltre, portare, o ri-portare, un atteggiamento del genere nella propria vita di tutti i giorni regala risultati addirittura sorprendenti. Almeno, è quel che sta succedendo a me.

L’arrivo. Il momento in cui ho raggiunto Castiglione della Pescaia, la destinazione del viaggio, è stato ambiguo, come spesso accade quando si raggiunge un obiettivo importante, a cui si è dedicato tempo ed energie. Mi sentivo pieno di gioia, di soddisfazione, di orgoglio. Stanco e felice. E, al tempo stesso, assediato da una malinconia sottile: una sensazione straniante, in quel contesto di trionfo, eppure inevitabile, perché alimentata dalla consapevolezza che la parte più significativa del viaggio era finita.

Il ritorno a casa. Dove il viaggio è finito davvero. Arrivando, di nuovo in bici, dalla stazione ferroviaria di Mondovì, sono passato a salutare i miei genitori e poi un amico, che a questa mia piccola avventura si è interessato in maniera particolare. A quel punto mi sono arrampicato sulla salita che porta a casa mia. L’ultima salita.
Poco dopo ho ritrovato Milo, che ha abbaiato il suo saluto festoso e mi è saltato addosso appena ho aperto il cancello. Ho pensato che il viaggio non si sarebbe potuto concludere in modo migliore.

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Savona

l’accampamento (campeggio di Albissola Superiore)

Genova

Camogli (con profilo di brutto ceffo)

Camogli

Rapallo

Passo del Bracco (zona delle Cinque Terre)

Viareggio

Pisa

Marina di Pisa (con mareggiata)

Livorno

autoritratto

Boccale di Calafuria (con mareggiata)

Rosignano Solvay – Spiagge Bianche

Castiglione della Pescaia – la meta

il ritorno a casa (con Milo)


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