AstroSamantha

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L’ho sempre detto: mai innamorarsi di un’astronauta. Specialmente quando lei è in orbita a 400 km di altitudine e viaggia a 27700 km/h.
È come innamorarsi di un proiettile sparato tra le stelle.
Ora la domanda è: salgo su io o aspetto che scenda giù lei, per provarci?

I.

Ciliegie

Avevo due anni quando l’ho conosciuta. Lei ne aveva qualche miliardo, ma non li dimostrava. (Al contrario di quella presentatrice della tv.)
Una manciata di ciliegie rosse, luccicanti e succose: la Natura, quel giorno di tanti anni fa, mi si presentò così.
A due anni mica ci si fa troppe domande sui perché e percome del mondo: è piuttosto un’età in cui si riempie il pannolino, si sbava, si fanno versi strani e ci si mette in bocca tutto ciò che capita. Sorvolerei qui sulla questione del pannolino e della bava, per evitare imbarazzi. E probabilmente sì, facevo versi strani, come del resto li faccio tuttora. Il punto è che mi infilai in bocca una di quelle ciliegie. E fu Amore.

Le domande cominciai a farmele qualche anno dopo. Diciamo trent’anni dopo. Ho i miei tempi, io.
In principio furono domande semplici. Del tipo: da dove viene quella ciliegia? Risposta: dall’albero delle ciliegie. E tanto mi bastò.
Passarono i mesi e la curiosità tornò alla carica. Come si chiama l’albero delle ciliegie? Ammetto che a questa non fu troppo difficile rispondere.
Come fa il ciliegio* a generare foglie e frutti? Quest’altra richiese invece approfondimento e studio: furono dieci minuti molto intensi quelli che trascorsi su Wikipedia. Da allora, sistema linfatico, fotosintesi clorofilliana, impollinazione, cicli stagionali e poi concimazione, potatura, scacchiatura cominciarono ad appassionarmi almeno quanto il sapore delle ciliegie che continuavo a sbafare.
(La scacchiatura, in particolare, mi colpì. Per lo stesso motivo per cui ha colpito chi legge queste righe, suppongo.)
L’attenzione per un piccolo frutto si estendeva alla pianta che l’aveva generato e poi a tutte le piante, alla vita che fluiva in esse e da esse, alla terra che le ospitava. Al sole che scaldava quella terra, all’acqua che la bagnava, al vento che la percorreva. E aggiungo anche: alle creature tutte che la popolavano. Così il quadretto è completo. (Ed io mi sembro San Francesco.)
Avevo scoperto un nuovo modo di godere della natura al di là della pura contemplazione: studiandone i princìpi interni, le dinamiche, i ritmi, le fasi. Osservavo, oltre a guardare. Fiutavo, oltre ad annusare. Assaporavo, oltre a mangiare. Ascoltavo, oltre a sentire. Non era più soltanto questione di che bel tramonto, come profuma quel fiore, com’è buona la ciliegia, senti gli uccelliniiiii. (Tralascio qui i vari fanculo alla zanzara, che caldo bastardo, ahi le spineeeee, perché rovinerebbero il pathos.) Nasceva in me una voglia nuova di capire e di mettere in pratica ciò che avevo capito.
Per inciso, pare che questo tipo di approccio, applicabile alla natura in genere, non funzioni invece con la natura delle donne. Confermo. Tant’è che mi sono ormai rassegnato ad ammirarle senza capirle. Come la Teoria della Relatività di Einstein, per dire.

Insomma, la mia passione per il piccolo orto che coltivo, e per un frutteto acquistato di recente a cui sto cominciando a dedicarmi, deriva proprio da quel desiderio di apprendere i segreti della natura e di replicarli nel mio angolino di mondo. Oltre che dalla necessità di rifornire il mio insaziabile appetito erbivoro, s’intende.

Ed ecco che, un bel giorno, mi sorprendo a riflettere sul risvolto botanico dello splendido e famosissimo verso di Pablo Neruda:

Voglio fare con te
ciò che la primavera
fa con i ciliegi.

(Quiero hacer contigo
lo que la primavera
hace con los cerezos.)

Cosa faccio io con un tale tesoro di poesia, emozione e sentimento, nonché uno dei più infallibili passepartout amorosi che l’umanità abbia mai avuto a disposizione? Quelle sono parole sacre che, sussurrate al momento giusto alla destinataria di turno, avevano tanto spesso innescato sospiri, arrossimenti, lucciconi agli occhi e, in qualche caso, perfino la fatidica domanda “Ma le hai scritte tu?”. (Domanda a cui, lo ammetto con un certo imbarazzo, ho più di una volta risposto: “Modestamente!”.)
Ebbene: che faccio di fronte a tutto questo ben di dio? Penso alla scacchiatura. Già. Lì è primavera, no? Dunque i ciliegi fioriscono, giusto? Allora è tempo di scacchiatura. Con buona pace di poesia, emozione e sentimento.
Era cominciata una nuova fase della mia vita.

Adesso, dopo tutti ‘sti discorsi, sento un gran bisogno d’amore: mangio una ciliegia ed esco ad abbracciare gli alberi.
+

* ciliegio: è l’albero delle ciliegie. (N.d.A.)

Ivo Marabotto – (L’Altra) Biografia

Ivo Marabotto nasce nel 1976 in una cittadina agli antipodi della Nuova Zelanda.
Nel 1977 compie un anno, nel 1978 ne compie due e così via. Nel 1985 perderà il conto.
All’età di quattro anni è già capace a leggere e a scrivere, ma non se ne accorge.
All’età di sette anni si avvicina alla letteratura: inciampa in un tappeto del soggiorno e sbatte la faccia contro la libreria.
All’età di dodici anni si appassiona alla scrittura grazie alle biro con l’inchiostro profumato.
Negli anni seguenti si dedica a tempo pieno a fare il bambino.
All’età di sedici anni conosce l’Amore nelle fattezze di una splendida ragazza bionda con gli occhi verdi. Compone per lei una toccante poesia al profumo di bergamotto. E quella lo lascia.
All’età di diciotto anni si cimenta per la prima volta con la fotografia: trascorre un intero pomeriggio in un chiosco per fototessere, finché non ottiene un’istantanea decente per la patente di guida.
All’età di ventiquattro anni, dopo una fallimentare esperienza universitaria dovuta all’ansia per il millennio che si sta per concludere, si dedica alla realizzazione professionale di video.
Nello stesso periodo apprende i primi rudimenti di grafica. In seguito si dimenticherà di apprenderne altri.
All’età di ventisette anni, mentre sta sfogliando una rivista di terz’ordine, legge una notizia che gli cambierà la vita: pare che esista una probabilità su tot milioni di miliardi che una scimmia, pestando a caso sulla tastiera di un computer, arrivi a comporre un brano uguale in tutto e per tutto a un canto della Divina Commedia. Le prospettive aperte da questa rivelazione sono esaltanti: convintosi che, se una scimmia può creare un capolavoro, la stessa cosa potrebbe capitare anche a lui, si dedica con entusiasmo alla stesura del suo primo romanzo. L’opera è tuttora in corso.
(Nel frattempo, alcune manate assestate sulla tastiera del suo computer hanno prodotto questa strampalata biografia.)
All’età di trent’anni decide di aumentare la superficie coltivabile del proprio orto, portandola alle dimensioni di un lenzuolo a due piazze, e intraprende un progetto di vita essenziale, ispirato all’ecosostenibilità e all’autoproduzione. Questa iniziativa suscita fin da subito grande interesse, soprattutto tra gli psichiatri specializzati in disturbi comportamentali.

Oggi Ivo Marabotto vive in una piccola frazione isolata di un piccolo paese agli antipodi della Nuova Zelanda, in compagnia di un cane di nome Milo. Non ha la tv, legge molto, ascolta musica, ama correre nei boschi e andare in bici.
Dal 18 aprile 2012 raccoglie le proprie creazioni, esperienze e riflessioni in un sito web, http://www.ivomarabotto.com, ben sapendo che un cassetto sarebbe più che sufficiente allo scopo.
Continua a fare il bambino a tempo pieno. Alla domanda “Quand’è che ti decidi a crescere?” il cane, opportunamente addestrato, ulula.